I 32 Paesi membri dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) hanno concordato all’unanimità di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle loro riserve di emergenza con l’intento di compensare l’impatto sui mercati derivante dal conflitto in Medio Oriente iniziato lo scorso 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran che in risposta ha colpito i Paesi del Golfo azzerato il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz. L’annuncio è stato fatto dal direttore esecutivo dell’AIE, Fatih Birol, mentre il presidente francese Emmanuel Macron presiedeva una riunione dei leader del G7 per discutere la questione.

Si tratta del più grande rilascio da parte dell’Agenzia con sede a Parigi dalla sua fondazione avvenuta nel 1974 dopo la prima grande crisi petrolifera del 1973. L’ultimo grande rilascio delle riserve petrolifere era avvenuto nel 2022, quando l’AIE rilasciò 182,7 milioni di barili di petrolio per sostenere il rialzo dei prezzi innescato dall’invasione russa dell’Ucraina.

I membri dell’AIE detengono scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo.

“I Paesi membri dell’AIE hanno deciso all’unanimità di avviare il più grande rilascio di riserve petrolifere di emergenza nella storia della nostra agenzia”, ha annunciato il direttore dell’AIE Birol. Tuttavia, pur sottolineando l’importanza della misura annunciata per alleviare gli impatti immediati della crisi sui mercati, Birol ha sottolineato che la cosa più importante per ripristinare la stabilità dei flussi di petrolio e gas “è la ripresa del transito attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Come ricordato da Birol, per quanto riguarda il petrolio, lo Stretto di Hormuz normalmente rappresenta una via di transito per ben 15 milioni di barili al giorno della fornitura globale di greggio e altri 5 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi. “Questo equivale a circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare”, ha ricordato Birol.

“Attualmente i flussi di petrolio, gas e altre merci attraverso lo stretto sono quasi completamente fermi. Senza rotte alternative sufficienti e senza spazio di stoccaggio disponibile, i produttori mediorientali hanno iniziato a ridurre la produzione e si sono verificati ulteriori attacchi e danni alle infrastrutture energetiche e collegate all’energia. Anche le operazioni delle raffinerie sono state interrotte, con implicazioni importanti soprattutto per le forniture di carburante per aerei e diesel”, ha aggiunto.

Per Birol la situazione è altrettanto critica per il gas naturale, considerato che al momento vi sono poche opzioni per sostituire i carichi mancanti di GNL provenienti da Qatar ed Emirati. “La fornitura globale di energia si è ridotta di circa il 20%, e gli equilibri di mercato già prima del conflitto erano ancora più stretti rispetto al petrolio”.

In questo contesto, l’Asia è la regione più gravemente colpita per quanto riguarda il gas che ha già avviato una competizione con l’Europa e altri importatori per i carichi di GNL disponibili.

Una soluzione “tampone”

Come sottolineato da molti analisti, il rilascio delle riserve rappresenta solamente una soluzione tampone, che non risolve l’impatto di un protrarsi del conflitto.

Intervenendo all’apertura della videoconferenza tra i capi di Stato del G7, il presidente francese Macron, ha osservato che le risorse sbloccate dall’AIE equivalgono al volume di greggio trasportato per 20 giorni nello Stretto di Hormuz.

Macron ha fatto notare che i Paesi membri del G7 rappresentano “il 70 per cento” dei 400 milioni di barili annunciati. In questo contesto, Macron ha affermato che è “molto importante vedere quello che possiamo fare per aumentare la nostra produzione globale”, sottolineando l’importanza di evitare “restrizioni” alle esportazioni di petrolio e gas che potrebbero causare “maggiore volatilità”.

Come osservato dall’analista di Bloomberg ed esperto di energia, Javier Blas, in post sul suo profilo X, al momento l’AIE ha lasciato in sospeso “alcuni aspetti importanti”, promettendo solo di fornire “ulteriori dettagli su come questa azione collettiva verrà implementata a tempo debito”. Per l’analista la chiave “è il flusso di barili/giorno nel breve termine”. Per Blas uno sviluppo importante riguarda il Giappone, che poco prima della decisione dell’AIE ha annunciato il rilascio di circa “80 milioni di barili” dalle sue riserve strategiche, equivalenti a circa 45 giorni di fornitura.

L’Iran non cede

Intanto, l’Iran ha lanciato nuove minacce, avvertendo che i prezzi del petrolio potrebbero anche raggiungere i 200 dollari al barile. Il portavoce della base militare di Khatam al-Anbiya a Teheran, Ibrahim Zolfaghari, ha dichiarato, citato dai Reuters, che la Repubblica islamica abbandonerà la sua politica di “risposte reciproche” a seguito dei recenti attacchi e passerà a continui attacchi contro i suoi avversari.

Zolfaghari ha spiegato che gli Stati Uniti non saranno in grado di controllare i prezzi del petrolio alla luce di questa escalation. Il portavoce ha aggiunto che l’Iran non permetterà che alcuna quantità di petrolio raggiunga gli Stati Uniti, Israele o i loro partner, affermando che qualsiasi nave o petroliera diretta verso di loro sarà un obiettivo legittimo. Zolfaghari ha considerato questo passo parte della strategia di Teheran per garantire la propria sicurezza regionale e controllare il corso degli eventi nella regione.

A preoccupare sono le voci diramate dai media statunitensi, in particolare dalla CNN Martedì, secondo cui l’Iran starebbe posando mine nell’acque dello Stretto di Hormuz. Tale sviluppo, se confermato, rappresenterebbe un vero e proprio salto di qualità nella risposta di Teheran al conflitto, con ricadute devastanti per il mercato energetico e non solo.

Interrogato sul tema, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha tuttavia smentito, limitandosi ad affermare di “non credere” che l’Iran sia riuscito a piazzare mine nello Stretto di Hormuz. “Abbiamo eliminato quasi tutte le loro navi posamine in una sola notte”, ha detto il presidente parlando ai giornalisti, suggerendo che siano state colpite ben 60 imbarcazioni iraniane. “Quasi tutta la loro marina è andata perduta” Trump ha anche invitato le petroliere internazionali ad attraversare lo Stretto di Hormuz, insistendo sul fatto che sia sicuro. “Penso che dovrebbero usare lo stretto”, ha detto Trump.

Tuttavia, nonostante la distruzione di parte importante del naviglio pesante, l’Iran deterrebbe ancora oltre l’80-90% delle sue piccole imbarcazioni e dei suoi posatori di mine.

Come sottolineato dal ex direttore della CIA, il generale David Petraeus, intervenendo al programma “On Balance” di NewsNation, “in termini generali che gli Stati Uniti hanno eliminato oltre 50 delle loro navi”, tuttavia, secondo il generale che è stato anche comandante del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) “è probabile che ne siano rimaste alcune, di piccole dimensioni, in grado di piazzare mine in acqua”.

Per Petraeus “ci sono sicuramente ancora droni che potrebbero essere problematici”. “Non affonderanno una grande nave – ha osservato – ma se prendesse fuoco, si potrebbero creare problemi molto seri, e anche solo una manciata di mine in acqua potrebbe essere problematica”.

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